08/03/2013
Settimana Santa 2013
La Settimana Santa è la settimana nella quale il Cristianesimo celebra gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, comprendenti in particolare la sua passione, morte e resurrezione.
In tutto il mondo, i cattolici chiamano Settimana Santa il periodo, da Domenica delle Palme al Sabato Santo, che precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si ricorda la Resurrezione dai morti di Gesù Cristo. La Pasqua è la massima solennità della fede cristiana e ogni anno si celebra la prima domenica di luna nuova di Primavera (tra fine marzo e aprile).
I riti religiosi della settimana santa, sono celebrati con solennità in tutte le chiese del mondo cristiano.
24 MARZO 2013 DOMENICA DELLE PALME
La Settimana Santa si apre con la domenica delle Palme, nella quale si celebra l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, acclamato come Messia e figlio di Davide. Nella liturgia cattolica viene letto il racconto della Passione di Gesù secondo l'Evangelista corrispondente al ciclo liturgico che si sta vivendo. La tradizione risale a prima del IV secolo. Questa ricorrenza non segna la fine della Quaresima che, nella forma ordinaria del rito romano, si conclude il giovedì santo esattamente prima della messa vespertina.
Il lunedì, martedì e mercoledì santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda per trenta denari. La prima lettura della Messa presenta i primi tre canti del Servo del Signore che si trovano nel libro del profeta Isaia.
28 MARZO 2013 GIOVEDI' SANTO - I SANTI SEPOCRI
Durante la mattina del Giovedì santo non si celebra l'eucarestia nelle parrocchie, perché viene celebrata un'unica Messa.In ogni diocesi, nella chiesa, presieduta dal vescovo insieme a tutti i suoi presbiteri e diaconi. In questa messa vengono consacrati gli Olii santi e i presbiteri rinnovano le promesse effettuate al momento dell'ordine sacro.
La domenica di Resurrezione torna a riecheggiare la gioia della veglia pasquale. Tale domenica è ampliata nell'Ottava di Pasqua: la Chiesa celebra la pienezza di questo evento fondamentale per la durata di otto giorni, concludendo la II domenica di Pasqua, chiamata fin dall'antichità domenica in albis, che Giovanni Paolo II ha voluto dedicare al ricordo della divina Misericordia.
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Processioni: L'Addolorata ai Cassari
I Riti della Settimana Santa della confraternita di Maria SS.Addolorata ai Cassari "Palermo 1755"
DOMENICA DELLE PALME :
- ore 10.45: Raduno della confraternita davanti la Chiesa del Lume ai Cassari
- ore 11.00: Benedizione delle Palme Processione Verso La Chiesa di S. Maria La Nova
- ore 11.30: Santa Messa Solenne
GIOVEDI' SANTO:
La Chiesa Rimarrà Tutto il Giorno Aperta
- ore 16.00 Giro dei Tamburi
- ore 19.00 S. Messa in Cena Domini Al Termine Adorazione del Santissimo
- ore 22.30 Rappresentazione Vivente "Ultima Cena e Flagellazione di GESU'"
VENERDI' SANTO:
- ore 15.00 Passione del Signore
- al Termine Solenne Processione del Cristo Morto e dell'Addolorata, i Fercoli Saranno Accompagnati dall'Associazione Musicale "S. Cecilia" di Valguarnera Diretta dal Prof Giuseppe Piscitello e dal Corpo Bandistico "G.ppe Verdi" di Caltanissetta Diretta dal Maestro Maria Ivana Stella.
SABATO SANTO:
- ore 23.00 Veglia Pasquale
DOMENICA DI PASQUA:
- ore 11.30 Santa Messa
Parrocchia di San Giacomo la Marina - Chiesa Santa Maria la Nova
Il Parroco: P.Pietro Scaduto
I Gestori:
Il Superiore: Lucchese Giovanni
I Congiunto: Molina Emanuele
II Congiunto: Favarotta Filippo
LA STORIA

Testi: Carlo Di Franco ©PalermoWeb.com
Nel 1775, i domestici e i cuochi in servizio presso le patrizie case palermitane, si costituirono in congregazione, utilizzando come loro sede associativa la chiesa di S.Giacomo, ubicata nella strada denominata Tavola Tonda nel mandamento della Loggia.
In un secondo tempo la confraternita, per questioni logistiche, abbandonò la residenza della chiesa di S.Giacomo e si trasferì in quella della Madonna del Lume, nella strada dei “Casciara”. Il tempio, edificato verso l’inizio del XIX secolo, è situato nell’omonima via in un tratto di strada che scende verso la Cala, strada in cui i “Casciara” hanno le loro officine e vendono articoli di legno.
L’attuale sede fu scelta per il semplice motivo che a poca distanza da essa avevano le loro fastose residenze le famiglie blasonate.
I momenti più importanti della confraternita sono rappresentati dalla preparazione e dalla partecipazione alla solenne processione del Venerdì Santo, durante la quale si portano per le vie del quartiere della Loggia gli artistici simulacri dell’Addolorata e l’urna con il Cristo Morto.
Formatasi con il proposito di curare i sentimenti di pietà, secondo i propositi dichiarati nella regolamentazione che disciplina tutti i confrati, cioè i Capitoli, la confraternita scelse le immagini sacre di Maria SS. dell’Addolorata e del Cristo morto per celebrare il culto che maggiormente si ispirasse alle regole dei Capitoli.
La congregazione, che attualmente conta un centinaio circa di confrati, anticamente era composta da una sola categoria.
L’evoluzione nel tempo ha consentito anche a fedeli di altre e diverse condizioni sociali di entrare a far parte della confraternita, ma in tutti è vivo il profondo attaccamento e la devozione, ampiamente manifestato il giorno della solenne processione la quale, pur avendo nel frattempo mutato la progenie e le consuetudini, rimane fedele allo spirito della fondazione.
Originariamente la processione si svolgeva alle prime luci dell’alba: un confrate si aggirava con la “tròccula” nelle vie del quartiere, destando i confratelli con una tiritera.
Il suono dei tamburi, avvolti per l’occasione in un drappo nero, procurava un triste schiamazzo, annunciando l’inizio della celebrazione religiosa.
Tradizionale era indossare l’esclusivo frac, abito che indicava l’assìsa professionale, differenziandosi così dalla gente comune, oggi riservato ai membri dell’esecutivo.
L’abitino nero con la bordatura viola, colore quest’ultimo in relazione ai precetti sacri degli uffici funebri, è invece riservato ai portatori che lo utilizzano per trasportare a spalla i fercoli.
Il venerdì pomeriggio fu proposto dall’autorità ecclesiastica come momento ufficiale per la processione, in quanto si avvicina alla realtà liturgica.
Ed è proprio il venerdì pomeriggio, anziché il venerdì mattina o il sabato, come si soleva fare in precedenza, che il corpo di Cristo deposto dalla croce viene accompagnato alla sepoltura dalla Madre, dai discepoli e dalle pie donne.
Il simulacro dell’Addolorata, che è una statua scolpita nel legno ed è alta 180 cm. compresa la base, è una delle immagini più venerate dai dediti palermitani.
Voluta espressamente dalla confraternita, che si assoggettasse alla realtà naturale umana di una madre che soffre per la morte del proprio figlio, fu commissionata dalla congrega allo scultore Girolamo Bagnasco, intorno al 1790 (data relativamente incerta).
Egli realizzò una figura in piedi e nella pienezza della forma umana, atta all’uso processionale.
Diversamente da tutti gli altri soggetti che venivano modellati nelle parti più visibili, come volto, mani e piedi, ricoprendone di vesti e mantelli le parti meno esposte, lo scultore realizzò il primo nudo femmineo nella storia dell’arte sacra, soffermandosi sulla disposizione della figura eretta, dandole un leggero movimento rotatorio per permettere al lungo vestito di assecondare i movimenti del corpo e a dare individualità all’acconciatura, riuscendo a concretizzare qualcosa di molto particolare ritenuta un’opera rinascimentale unica nel suo genere.
Il giorno della processione, prima che il simulacro venga sistemato sulla “vara”, il gruppo delle consorelle, istituito nel 1960 e riformato nel 1986, che dispone di un proprio vessillo e sfila in processione con un proprio abitino, provvede alla vestizione della statua, smontando l’abbigliamento “casalingo” tenuto fino a quel momento per abbigliarla con abiti più eleganti.
Cinque mantelli di velluto nero sono annoverati nel ricco ed elegantissimo guardaroba dell’Addolorata, oltre a varie vesti e sottovesti con tanto di merletti e ricami che adornano la biancheria intima; il tutto viene conservato con gran cura dalla confraternita.
L’Addolorata procede in processione su una macchina processionale (la “vara”) dipinta di nero che reca i simboli della passione. Troneggia con il suo manto di velluto nero, uno stellare d’argento dorato a raggiera le cinge il capo, il volto sbiancato come la cera, listata a lutto nella sua tradizionale veste viola. Fra le mani giunte in preghiera detiene un fazzoletto di pizzo, mentre sul petto un pugnale d’argento Le trafigge il cuore.

Il Cristo, deposto all’interno di un’urna dorata, marcia tra la folla, affiancato da alcuni uomini in arme il cui costume richiama l’armatura dei paladini, definiti dal popolo “giudei” o “traditori” per aver ucciso Gesù.
Il fercolo in cui è adagiata l’urna, la cui “vara” è di una ricercatezza singolare, fu realizzato nel 1934 da un artista di nome Manfrè, dedito al Cristo morto.
L’artista, oltre ai vari decori in rilievo, volle impressionarvi anche i simboli della passione: il gallo, i chiodi, il martello, la scala ecc…
In origine l’arca conteneva un simulacro di cartapesta con braccia pieghevoli che, successivamente sostituito, fu donato alla confraternita della Mercede al Capo.
L’attuale Cristo, rielaborato dal professor Vincenzo Partinico nel 1987, utilizza un Crocifisso di legno presente in una cappella della chiesa del Lume.
Il Cristo morto viene sorretto a spalla da diversi confrati devoti all’urna, anch’essi vestiti di scuro corvino e, nonostante il peso, da essi non traspare lo sforzo cui si sottopongono, e la fatica non indebolisce il loro infervoramento.
Entrambi i simulacri a sera fanno ritorno in chiesa.
I confrati, esausti ma contenti e paghi nel loro spirito alla devozione, con la consapevolezza di aver rinnovato una tradizione sorta oltre due secoli fa, si preparano all’appuntamento dell’anno successivo...
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Le processioni a Palermo: Nostra Signora de la Soledad
A scinnuta r'Addulurata 2013
Venertdi 22 Marzo alle ore 17,00 Santo Rosario dell'Addolora
Ore 17,30 Via Crucis Presieduta dal Reverendissimo Parroco, P.Salvatore Mons. Grimaldi
Ore 18,00 l'Immagine della Vergine Addolorata verrà spostata dalla sua cappella, al fiaco dell'Altare Maggiore. Durante la processione all'interno della Chiesa, si pregherà elevando a Dio e alla Vergine Addolorata canti e inni spirituali. Il sacro rito sarà concluso con la benedizione della Santa Croce.
Al termine, l'Associazione Bandistica Città di Palermo " Cav. Michele Cascino" intonerà alcune tipiche marce della Settimana Santa.

Echi antichi della città spagnola ci riportano alla processione della Nostra Signora de la Soledad, organizzata dall’omonima congregazione, fondata nel 1590, presso l'ultima cappella a sinistra della chiesa di S.Demetrio, in piazza della Vittoria. Nello stesso anno il Venerdì Santo fanno una processione dei Misteri della Passione del Cristo morto, durante la quale molti di flagellano a sangue, come consuetudine spagnola. Inizialmente composta soltanto da fedeli spagnoli, fu successivamente formata da signori e nobili siciliani.
Fin dai tempi passati i regnanti spagnoli destavano molte attenzioni e venerazione all’Addolorata, e anche la casa reale italiana non fu da meno, come dimostra il manto donato da Maria Cristina di Savoia, poi rubato nel 1866.
Nel marzo 1895 la Regina Margherita di Savoia dona il manto di velluto nero che ancora oggi indossa l’Addolorata. Nel XVIII secolo i confrati sentono il bisogno di rendersi autonomi e si trasferiscono in un’altra sede con il privilegio di portare in processione l’urna del Cristo morto e dell’Addolorata, costituendo il “porto e straporto". La chiesa di S.Anna dei calzettieri, sita nella Rua Formaggi, da allora ospiterà la congregazione de la Soledad fino ai nostri giorni, e poiché la chiesa di S.Demetrio fu distrutta dai bombardamenti del 1943 i fercoli furono trasferiti nella nuova sede. La cappella, rimasta miracolosamente illesa, fu restaurata nel 1953 al 1955 a cura e spese del governo spagnolo che ne è proprietario.
Il simulacro dell’Addolorata trasportato dai confrati vestiti con abito scuro ha un’immagine così naturale, nel cui viso si legge il più profondo e pacato dolore nella quale ogni donna ritrova se stessa. A questa rappresentazione contribuisce anche il vestito bianco e il ricco manto nero, costume rappresentato dagli spagnoli, che gli italiani trasformarono in abito viola in segno di lutto. Era costume che, oltre al popolo, al corteo partecipassero tutte le alte autorità cittadine compreso i corpi militari che facevano bella mostra di se per la vaghezza delle loro divise.
Ancora oggi la massima autorità cittadina, il Sindaco con le guardie municipali in grand’uniforme e il gonfalone, accompagna la processione per alcune vie della città.
Per trasportare l’urna del Cristo morto si fanno carico 32 confratelli guidati da due "capi vara" con i classici abitini scuri e seguiti dagli incappucciati i quali sfoggiano la tunica bianca con il cappuccio di colore nero o blu secondo la maestranza d'appartenenza.
La scultura in legno è riferita come opera dello scultore palermitano Francesco Quattrocchi, del 1784 circa. L’opera, che esprime una tenerissima pietà, assume connotati realistici, è stata restaurata nel 1987 e riporta i colori originali.
La processione è ricordata da Giuseppe Pitrè che, allora abitante del Borgo Vecchio, la osservò con ammirazione. Ancora oggi nel rione si ricorda un cortile dedicato alla Soledad, fino a quando l’immagine dell’Addolorata fu trasferita dal collegio di Maria al Borgo a Rua Formaggi.
Attualmente la congregazione risiede presso la chiesa di San Nicolò da Tolentino un quanto la vecchia sede risulta in rovina.

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02/04/2012
Le processioni a Palermo: SS Crocifisso al Borgo

Passando dalla città vecchia verso l’asse di quella nuova, piazza “Croci”è il crocevia tra la zona Libertà, che è la vetrina di Palermo, elegante e raffinata, e la zona dell’antico “Borgo Santa Lucia”, oggi “Borgo vecchio”, ultima sponda dei quartieri popolari del centro storico.
In questo luogo da tempo si pratica il culto per l’Addolorata e il Cristo morto, infusi a questo possente sentimento di religiosità furono alcuni devoti del ceto dei trafficanti, dei maestri e dei padroni di barca che si costituirono nel 1820 in confraternita presso la chiesa parrocchiale di Santa Lucia al Borgo, sotto il titolo della Madonna di Monserrato come riferisce il Gaspare Palermo nella sua guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni realizzata nel 1858.
L’antica chiesetta ottagonale fu fondata nel 1571 è aveva un bellissimo quadro dipinto da Filippo Paladini nell’altare maggiore dedicato proprio a questa iconografia della Madonna.
Oltre all’altare maggiore questa chiesa possedeva altre due cappelle, quello di sinistra era dedicato secondo un’antica tradizione al Crocefisso dove stava la sepoltura del giovane sacerdote Bernardo Custos, morto in onore di santità, parroco e fondatore della chiesa che volle come collegio per le fanciulle del circondario dell’antico borgo, successivamente Vescovo di Mazara.
Francesco Fornaja nobile palermitano, proprietario dei terreni di cui portavano la sua denominazione, fu lui il benefattore della stessa, per la sua particolare devozione alla Madonna del Monserrato venerata in Catalogna, che contribuì con una grossa ed ingente somma alla sua costruzione.
In un secondo tempo fu donata nel 1775 ai padri conventuali di San Francesco che abitavano il convento e la chiesa di Santa Lucia nella strada che conduceva al vecchio molo.
Da quel momento la chiesa assunse la nuova denominazione dedicandola alla vergine siracusana Lucia, e l’antica statua lignea con l’effige della Santa trasferita nell’altare di destra della chiesa, ancora oggi questa statua è presente nella nuova chiesa dedicata alla Madonna di Monserrato.
Questa chiesa che per tanti anni fu la parrocchia del Borgo (1600) il quale si estendeva fuori la cinta muraria della città e si dipanava dal piano delle croci e alla consolazione limitrofa alla Cala, era ubicata nel piano dell’ucciardone proprio alla sinistra dell’entrata del nuovo carcere borbonico e dava le spalle al mare.
Bombardata e distrutta, interamente durante il conflitto mondiale del 1943, tutti gli arredi compreso i simulacri vennero trasferiti nella nuova sede presso la chiesa dei Dolori di Maria alle Croci, cappella di quello che rimaneva del Rifugio delle povere di Cifuentes, che con il passare degli anni si impiantò in pianta stabile fino ai nostri giorni divenendo la parrocchia di Maria di Monserrato alle Croci.
Il seicentesco simulacro in cartapesta del Crocefisso d’autore ignoto, che era custodito nella cappella di sinistra, da tempo venerato dagli abitanti del borgo scaturì la costituzione di questa confraternita, come si è detto in precedenza, con il titolo del “SS. Crocifisso al Borgo”.
A favorire quest’impulso fu l’allora parroco Don Carlo Conigliaro che, accogliendo la richiesta di questi fedeli chiese il sostegno di Francesco I, Re del Regno delle Due Sicilie affinché venissero approvati i “capitoli” che la nascente confraternita si fissò di osservare.
Il 10 settembre del 1830 le prescrizioni furono approvate e, tra le regole era prefisso lo scopo principale della congrega che ha tuttora la destinazione di diffondere il culto di Gesù morto e dell’Addolorata, e di tramandarlo da padre in figlio.
Fu fissata la sua celebrazione il Venerdì Santo con il proposito di portare in processione l’Urna del Crocefisso e l’effige della Vergine Addolorata.
Il Cristo morto originariamente aveva le braccia snodabili, particolare questo che consentiva ai confrati il doppio utilizzo del simulacro, sia in croce sia nell’urna di vetro.
A tal proposito nel 1930, durante i festeggiamenti del centenario della confraternita, fu utilizzata l’antica croce che ospitava il crocefisso, situata in uno degli altari laterali dell’altare Maggiore, per essere portato in processione all’interno del distretto parrocchiale, ancora oggi questa croce esiste e sussistono ancora i relativi chiodi d’argento che trattenevano il Cristo nella croce, essa è conservata presso la sede della confraternita, ogni anno per la quaresima viene listata a lutto, il giorno del Venerdì Santo ostentata ai fedeli.
Da quella data la confraternita sì forni di un’urna di vetro che uno scultore locale scolpi a spese della congrega che nel fra tempo si organizzò con una “vara” professionale dove depositare lo scrigno di vetro e inserirgli il seicentesco simulacro che nel contempo aveva acquisito la statua dell’Addolorata per la celebrazione religiosa del Venerdì Santo.
La bella effige del Cristo morto negli anni è stata più volte rimaneggiata per la sua struttura composta essenzialmente di cartapesta, da alcuni anni ha assunto la sua collocazione definitiva perdendo la vecchia postura.
Il Cristo deposto non conserva più la disposizione di torsione che aveva in precedenza, il suo lungo corpo è disteso dormiente in tutta la sua dimensione, braccia e gambe sono appoggiate e contenute con un rilasciamento naturale.
Il tronco spogliato, all’altezza del torace è evidenziata la presenza della ferita del costato, fregiata da una lamina d’argento, dono di un devoto per grazia ricevuta, la tradizione spagnola richiama il lenzuolino bianco ricamato con fregi in oro ad estofados che, altro no né, che il pittoricissimo perizoma.
La testa, dall’abbondante capigliatura naturale adagiata sul cuscino, non è più reclinata verso le spalle, il suo dolce sguardo è sereno e dolente guarda in avanti, contrassegnato da diversi rigoli di sangue che si dipartono dalla fronte inghirlandata da una corona di spine in argento, gli occhi semichiusi comunicano una tenerissima compassione.
Tutto l’insieme risponde alla tradizionale iconografia di matrice barocca che c’infusero gli antichi colonizzatori spagnoli.
Una grande raggiera che si diparte fin dai piedi, avvolge con una luce intensa il corpo statuario della Vergine Addolorata voluta insistentemente dalla confraternita che essendo originariamente maschile si rivolse ad un gruppo di donne affinché si interessasse del suo approntamento, ma rimaneva da sempre prerogativa degli uomini trasportare il suo fercolo professionale.
Originariamente la statua dell’Addolorata era composta essenzialmente dalla testa, dalle mani e dai piedi, quest’ultimi da sempre si appoggiano in una base di legno, per il resto da una rintelatura di legno che permetteva la sua vestizione con l’applicazione delle vesti.
La Madonna, l’effige di una giovane donna ricostituita da alcuni anni, alta circa 165 centimetri con il capo chinato in avanti, con le mani protese e congiunte cove successivamente viene applicato il fazzoletto di pizzo.
Vestita di tutto punto, dalla sottoveste al soprabito, dalle pie donne che tradizionalmente vengono a loro affidato, questo discreto compito senza la presenza d’uomini che possono interferire sulla loro opera, secondo un’antica consuetudine spagnola che voleva che le donne che dovevano partecipare a questo rito dovevano essere sposate e dovevano essere assistite da vergini.
L’abito bianco, segno della purezza, richiama la tradizione ispanica, è confezionato con pizzo di seta, ricamato con ornamenti in filo dorato, una fascia guarnisce i fianchi dove sono depositate delle chiare frasi: “Sante Vierge Des Douleurs Priez Pournous”, donato come segno di devozione alla Vergine dalle famiglie Seidita Salvatore e Di Marco Francesco.
Un diadema d’oro con dodici stelle cinge il capo della Vergine che regge il lungo mantello di velluto e raso di seta nera che avvolge con gran venerazione le movenze del corpo, che per devozione viene affidato alla realizzazione di alcune famiglie che hanno assunto questo impegno da diversi anni, quello attuale è stato donato dalla famiglia Seidita, al cui capo presiede il Signor Domenico.
La pietà popolare e la venerazione per la Vergine a spinto ad abbigliare il simulacro di qualcosa di prezioso come una collana che ingioiella il collo e il pugnale che orna il petto.
La lunga preparazione che prevede la conclusione con la solenne processione dei due fercoli per le vie del quartiere, è preceduta da diversi riti che vedono impegnati le consorelle e i confrati, che si sono impegnati alla sua realizzazione, antica usanza che si tramanda da padre in figlio da quando nel lontano 1820 la confraternita fu organizzata.
Il pomeriggio del Venerdì Santo alla sommità della prolungata scalinata che precede la chiesa di Santa Maria di Monserrato appare una grande croce guarnita da un drappo bianco segno inevitabile che lì a poco discenderà, dopo il suono della “troccola”, il sacro corteo, seguono l’apertura del corteo due “incensieri” vestiti di nereggiante che si fanno strada spargendo il profumato effluvio dove passerà il seguito processionale.
Una moltitudine di gente d’ogni ceto sociale e di qualunque generazione, palermitani provenienti da altri rioni e non o turisti occasionali aspettano ingorgati nella spaziosa piazza Croci, con apprensiva e composta devozione la discesa dei due fercoli professionali.
Il rumore della “Troccola” rompe il taciturno rimanere, il corteo si apre con la discesa dell’urna di vetro con l’effige del Cristo morto, l’attenzione è rivolta agli uomini che a fatica discendono il pregiato fercolo in legno massiccio, recentemente ricostruito e restaurato, decorato da bassorilievi in rilievo dalla fattura in oro, opera del Maestro Salvatore Calascibetta.
Accovacciati sotto le stanghe, i confrati vestiti con l’abitino bruno bordato di bianco, sorreggono il fercolo inghirlandato da composizioni di fiori bianchi, offerti con la raccolta dei proseliti, a troneggiare in mezzo a tanta candidezza è la lunga palma intrecciata secondo un’antica usanza regalata come consuetudine dalla famiglia di qualche confrate che per devozione si presta a quest’incombenza.
Si procede a passi cadenzati e accompagnati dalle note sonore della banda musicale che scandisce le marce funebri.
Ad accompagnare l’urna si accostano quattro “Giudei”, due per ogni lato, con le classiche armature che la confraternita fece realizzare nei primi anni del novecento dai maestri “pupari” Mancuso e Argento, la loro linea richiama le fattezze delle armature dei paladini di Francia, tale particolarità ha sempre suscitato un interessante rilevanza.
A lunghezza ravvicinata, un gruppo di giovani donne (vergini) sistemate su due ordini equidistanti e adornate con tanto di mantello come la Madonna, scortano alcune bimbe vestite per venerazione con le fisionomie della Madre di Cristo, vanno innanzi al fercolo “vara” dell’Addolorata.
La Sontuosa “vara” restituita alla pregevole fattura eseguita dal prof. Antonino Tinaglia alcuni anni a dietro, porta tutti i segni della Passione: La Pietà, la Crocifissione e l’imposizione della Corona di spine.
I confrati in abbigliamento regale di color bruno conducono la “vara” dell’Addolorata, anch’essi sotto le lunghe stanghe, si confortano a vicenda e il pesante fercolo con leggerezza raggiunge la piazza tra gli applausi della folla e, le note addolorati della banda musicale.
La processione associata dalla straordinaria compartecipazione popolare, fra cui tante devote che a piedi scalzi e con torce fra le mani, rimettono il loro voto, chiesto per grazia ricevuta o per esternare la loro devozione, si incammina per le vie del “Borgo vecchio” per mettere ai fercoli di raggiungere gli abitanti del gremito quartiere popolare.
Di tanto in tanto, una confortante sosta per permettere ai confrati di riposarsi dal gravoso peso e alla gente di avvicinarsi ed assecondare a dei rituali spontanei che la gente devota con semplicità richiede come: la passata sul viso dei fazzoletti, approssimare i bambini e i neonati affinché toccati possano essere protetti, il segno della croce baciando i fercoli, il dono del denaro o permettere di raggiungere gli ammalati rimasti in casa.
Il pellegrinare della processione giunge ai margini del distretto parrocchiale, in via Enrico Albanese dove un tempo si trovava l’antica parrocchia di Santa Lucia e dove si generò l’attuale confraternita, ormai siamo giunti a tarda serata, ancora si è in tempo per adempiere all’ultimo rituale, forse il più atteso dai detenuti del carcere dell’Ucciardone.
I confrati dispongono i pesanti fercoli verso le finestre del carcere e accompagnati dalle note musicale che per l’occasione suonano con grande rumoreggiamento, li sollevano in alto compiendo un inverosimile sacrificio affinché le sacre immagini possano essere viste dai detenuti.
Dalle finestre sbarrate, s’intravedono le loro mani nude o che sventolano un fazzoletto bianco e si percepiscono le voci che inneggiano carmi di devozione.
Qui la commozione generale invade l’animo degli astanti, alcuni piangono, diversi si sentono male, altri a voce piena si rivolgono alla sacra effige affinché possano intercedere per i detenuti di quel luogo di pena.
Dopo la corrente progressione tanto toccante, la processione riprende la via della parrocchia che a tarda notte fa rientro seguita da una notevole folla di fedeli.
Ancora una volta quest’antica confraternita che risulta essere una delle più vecchie della nostra città, qualche ano fa ha festeggiato il 185° anniversario della sua fondazione, ha computo il proprio compito per cui fu costituita.
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Le tradizionali processioni a Palermo e Provincia
Aprile si sa è ritenuto il periodo in cui i cristiani festeggiano la ricorrenza della Pasqua, anche se questa festività oscilla tra il 22 Marzo e il 25 Aprile.
In città ed in provincia sono tanti i riti della Settimana Santa che hanno il suo inizio con la domenica delle Palme, la tradizione vuole che sia festeggiata con ramoscelli d’olivo e le palme per ricordare l’entrata di Gesù a Gerusalemme, per questa ragione in molti organizzano una messinscena in cui il parroco è accolto al tempio al di sopra di un asinello.
A Ciminna una bellissima rievocazione "I Misteri"
A Gangi vede protagonisti le confraternite in costume, che portano per le vie medievali del paese enormi fasci di palme adornati di fiori e datteri.
Il “signuruzzu a cavaddu” gira per le vie del paese a Caccamo, mentre ragazze vestite a lutto realizzano a Caltavuturo ad una processione al seguito della statua della Madonna in gramaglie.
Il corteo dell’Eparca che, a dorso di mulo, va dalla chiesa di San Nicola sino cattedrale di San Demetrio, a Piana degli Albanesi per la benedizione delle palme. Sempre a Piana degli Albanesi, la pasqua è la giornata più attraente dal punto di vista tradizionale, in cui rivive tutto il colorito folklore bizantino siculo-albanese, all’occasione dopo la cerimonia della benedizione delle uova rosse che vengono distribuite ai presenti e il sorteggio del “brezi”, la preziosa cintura che fa parte del costume tradizionale (‘ncilona) che viene indossato dalle donne in questo giorno.
Il triduo Pasquale comincia con il Giovedì Santo con la lavanda dei piedi e all’allestimento dei rituali “Sepolcri” per l’adorazione dei fedeli.
Il centro storico di Palermo si anima con le spettacolari processioni del dramma doloroso di Cristo Morto, almeno quattro le più importanti: quella dei Cocchieri, della confraternita di Maria SS.Addolorata, della Soledad e dei Cassari, tante altre sono organizzate nei vari quartieri della città. Molto emozionante e tradizionale è quello della chiesa di Santa Caterina, organizzato dalle suore di clausura per adorare il Cristo Morto.
A Misilmeri, nella cura all’addobbo dei “sepolcri” che vengono ricoperti con i “lavureddi”, cestini ricolmi di grano germogliato.
Il Venerdì è il giorno delle tradizionali processioni, i simulacri del Cristo morto e di sua Madre L’Addolorata è portata per le vie della città e dei paesi.
L’esaltazione dell’antico mito della donna-madre, generatrice di vita viene riprodotto, simbolicamente nell’abbraccio della processione delle due immagini sacre, dove si esalta il rapporto madre-figlio, questo senso vuole avere lo “‘ncuontro” che si celebra in molti paesi del palermitano: a Petralia Soprana, e Belmonte Mezzagno.
A Gratteri il venerdì Santo le congregazioni nella “a sulia”, sfilano in lunghi cortei silenziosi, l’effige dell’Addolorata, Ecce Homo, Crocifisso e Cristo Morto percorrono separatamente le vie del paese per incontrarsi alla Matrice vecchia.
Lo stesso giorno a Isnello si svolge la “casazza” dal nome della casacca che i sacerdoti indossano durante le liturgie pasquali, coinvolgendo seicento persone che, inscenano 31 quadri tratti dal Nuovo Testamento.
Il “Martoriu” in scena con costumi d’epoca, si celebra ad Alia, nella processione del Venerdì Santo si possono ancora ascoltare i “lamenti”, canti tramandati per via orale dagli abitanti di Alimena.
Le “Virgineddi” (signorine) solo loro addobbano le “Vare” (simulacri), che saranno portate per le vie del paese in una marcia funebre sulle note d’Enrico Putrella a Carini.
La “Cerca” al mattino e la processione con l’urna del Cristo Morto la sera, momento centrale della settimana Santa a Collesano, nel paese di Corleone [www.venerdisantoacorleone.com] i confrati sfilano con saio bianco e ceri accesi ed inscenano la passione di Cristo, a Vicari durante la processione si flagellano in segno di espiazione dei propri peccati.
A Partanna Mondello (Palermo) la mattina del Sabato si svolge la Sacra Rappresentazione della passione di Gesù Cristo.
Alla veglia pasquale, alla mezzanotte nella chiesa di San Domenico a Palermo avviene la “calata di la tila” in cui il pesante telo che ha coperto l’altare maggiore viene giù tra canti di gioia per la Resurrezione.
La morte del peccato e la resurrezione alla vita, segnano un trapasso che è anche passaggio dai rigori invernali alla primavera portatrice di vita, non a caso l’uovo diventa simbolo della natura che schiude, il giorno di Pasqua ai bambini si regalano “uova pasquali”, del tutto o quasi scomparsa (tempo di consumismo) la regalia del “pupu cull’ovu”, persiste atavicamente la “cassata”.
Un tempo la domenica di Pasqua si svolgeva nella scomparsa Piazza Castello (rione Castellammare) a Palermo la fiera di Pasqua, in tempi più recenti al Foro Italico, ma quest’usanza è stata abolita per questioni economiche.
Molto suggestivo è “l’abballu di li riavuli” che si svolge a Prizzi la domenica, una rievocazione arcaica dell’eterna lotta tra il bene ed il male rappresentati con grandi e terrificanti maschere, per festeggiare vengono distribuiti i “cannateddi”.
Nel paese di Marineo le celebrazioni della settimana Santa sono molto percepite e, tutto il paese partecipa con molto entusiasmo a partire dall’organizzazione della domenica delle Palme che viene svolta in costumi d’epoca, con “la scisa di la cruci”, manifestazione itinerante che si svolge nella piazza antistante il castello e si conclude al Calvario nella serata domenicale.
Il dramma della Passione continua la vigilia del venerdì Santo con gli antichi canti accompagnati dal suono della “troccula”, molto simbolici, la croce di ceri votivi accesi sulla gradinata del Calvario e “lu santu sepolcru” della Chiesa Madre.
A Terrasini, la domenica di Pasqua si svolge “la festa di li schietti”, tradizionale manifestazione in cui gli uomini celebi mostrano alla propria fidanzata la propria abilità fisica, questa festa non ha niente a che vedere con i riti pasquali in quanto è da considerare una festa agreste.
Nella provincia di Palermo particolari riti si possono seguire nei comuni di Piana, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Contessa Entellina e Santa Cristina Gela, compreso Palermo dove la comunità greco-ortodossa ha la sua chiesa in Santa Maria dell’Ammiraglio (Martorana), la grande Settimana (Java e Madbe) è preannunziata dal Venerdì della settimana precedente in cui secondo l’antica usanza, si canta di casa in casa il miracolo della resurrezione di Lazzaro ed agli amici cantori il padrone di casa offre uova rosse, dolci, vino e liquori.
Molto coinvolgente alla Martorana di Palermo è la celebrazione dell’Epitàfios (Spoglie del Cristo Morto) che ruota intorno al “Tàfos” (Santo Sepolcro) addobbato nel pomeriggio del Giovedì Santo dalle uniche donne, e solo loro, il mausoleo di legno che ospiterà l’icona del Cristo Morto adagiato su un letto di petali di rose.
Nella notte tra il Sabato e la Domenica si svolge l'emozionante funzione del Crìstos Anèsti (Resurrezione), subito dopo i cantori vanno di casa in casa ad annunciare il grande evento.
La giornata più accattivante e turisticamente rilevante è comunque la Pasqua in cui rivivono i riti dell’etnia albanese che convivono armoniosamente con la tradizione latina e quella greco-ortodossa.
Il Lunedì dell’Angelo, la tradizione vuole la gita fuori porta, la gente si recava alla Favorita o a Montepellegrino ed era occasione per arrostire l’agnello, cambiano i tempi e le abitudini, i più fortunati viaggiano, e conquistano mete esotiche, i meno prosperi agriturismo e ville rurali hanno conquistato la loro posizione e, se piove... tutti a casa.
A Monreale è celebrata la “Festa della primavera” durante la quale vengono liberati gli uccellini ricoverati dai monaci dell’Abbazia dei Benedettini per fronteggiare i rigori dell’inverno, in Basilica si possono ascoltare un concerto d’organo e i canti gregoriani cui seguono tradizionalmente la benedizione dei fiori e la distribuzione dei pinoli.
Era consuetudine dopo la settimana Santa, i parroci vestiti in cotta e accompagnati da un sagrestano o dal chierichetto, visitavano le case dei parrocchiani per aspergerle di acqua benedetta, acqua che era stata consacrata durante il rito delle acque nella veglia Pasquale, all’occasione chiedevano notizie su di coloro che abitavano, con lo scopo di eseguire la numerazione delle anime.
Alla fine dopo aver ricevuto l’elemosina dai fedeli rilasciavano un cartoncino con l’immagine del Cristo Risorto.
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La Settimana Santa, oggi... e ieri
Testi e foto ©PalermoWeb.com
Per i palermitani la Settimana Santa rappresenta il culmine della propria fede cattolica, dove tutto è centrato sulla rievocazione della passione di nostro signore Gesù Crocifisso, morto per noi per la nostra salvezza. In questo spazio temporale, i palermitani vivono la sequenza narrativa della commemorazione religiosa cristiana dove la parola pasqua è sintesi di rinnovazione e di transito dalla vita alla morte della natura, partecipando in tutti i rituali ora come testimone o semplicemente attore per fede e tradizione familiare.
E’ con la Domenica delle Palme che ha inizio una serie di rituali che raggiungono l'apice con il giorno della Resurrezione.
In città, le parrocchie organizzano una rappresentazione in cui il parroco è accolto al tempio al di sopra di un asinello e, tutti gli astanti le fanno accoglienza con ramoscelli d’olivo e con grandi pale di palme intrecciate per ricordare l’entrata di Gesù a Gerusalemme, segni questi di un clima festoso e data la particolarità della festa, anticamente era usanza sfoggiare un abito nuovo simbolo del rinnovo primaverile.
Essa entra nel vivo nelle celebrazioni del Giovedì Santo, dopo le celebrazioni liturgiche, vengono allestiti i “Santi Sepolcri”, il rituale vuole che i devoti usino onorare il Cristo morto con la loro visitazione.
Nei tempi passati intere famiglie subito dopo la cena andavano in giro per le chiese, per tradizione in genere se ne visitavano tre, il numero della Trinità, i più indiscreti ne vedevano cinque o sette, sempre in numero dispari.
L’indomani era consuetudine chiacchierare con amici e parenti è illustrare una propria classificazione in merito alla loro magnificenza.
In questo periodo, il rinnovamento della natura e quindi il germogliare delle piante cresce il fiore della "Passione" simbolicamente attribuito al periodo pasquale.
Questo fiore nella sua entità presenta i simboli della passione di Gesù Cristo: i tredici apostoli, la corona di spine, i tre chiodi ecc.
Si racconta che quando Gesù Cristo pendeva dalla Croce, nelle tre ore di agonia, una goccia del suo sacratissimo sangue venne a cadere sopra una pianticella, questa seccò, si sparse il suo seme per terra, germogliò poi, e diede il fior di passione.
L’ aspettativa più importante era tutta incentrata per la giornata del Venerdì Santo dove la teatralità viene vissuta lontano dalla rigidità delle forme canoniche della Chiesa ufficiale. Il ciclo commemorativo della Passione, in molte parrocchie, nel pieno silenzio religioso si organizzano la rievocazione delle ultime ore che Gesù visse in questa terra; i sacri testi puntualizzano che gli avvenimenti che finirono con la Crocifissione si svolsero proprio il Venerdì.
Ma è la Morte che è più rappresentativa dove la drammatizzazione emerge il dominante contenuto umano della sofferenza, resa visibile dalla rappresentazione del simulacro della Madre Addolorata che segue la “vara” del Cristo morto, secondo un rituale processionale funebre consolidato da anni da parte di diverse confraternite che si preparano a questo evento tutto l’anno.
Le strade del vecchio centro storico e quelle delle periferie si animano al passare del fercolo dell’Addolorata secondo l’iconografia di un retaggio che è una ripercussione della cultura spagnola.
Mantello nero, espressione dolente e riservata, stiletto o rosa di pugnali trafitti nel cuore, aiutano alcuni fedeli che per devozione vestono i propri bambini ad richiamare lo strazio della Madre, a condividerlo esternamente.
L’urna di vetro contenente il simulacro del Cristo morto, una pala di palma intrecciata viene posta a capo del fercolo, la “vara” coperta di fiori, così come si usa per il letto di morte di qualsiasi defunto.
I confrati vestiti in abito scuro, alcuni in smoking, con guanti neri in segno di lutto, i portatori con l’abitino nero, pronti a trasportare a spalla la “vara”, “accuddati” secondo la tradizione rinsaldata nel tempo.
Ancora una volta rivedremo le processioni dei “Cocchieri”, dei “mutilati di guerra”, dei “Cassari”, dei “Fornai”, della “Soledad”, dell’Ecce Homo all’uditore, dell’Addolorata alla “Guilla”e quella di piazza “Ingastone”, del SS. Crocifisso a “Pietratagliata” e quella del Monserrato alle “Croci”, quella di “Falsomiele”, della “Passione del Signore” a Borgo Nuovo, ecc.
Tutti con un identico rituale, prima segue la “Croce”, gli incappucciati, poi i Romani simbolo del potere, i “Giudei” accompagnano l’urna del Cristo morto con le classiche armature, le donne con i segni esteriori di una immane tragedia davanti alla “vara” dell’Addolorata che segue quella figlio morto.
Il corteo si muove faticosamente per le vie dei quartieri al suono lugubre della “troccola” ed intervallato dal ritmo “lamentoso” delle bande musicali che cadenzano la processione, giorni prima in tutte le chiese “s’attaccavanu li campani”, ed erano solo questi i suoni che si udivano.
Si adoperano per fare strada i “Tammurinara” che con il loro suono travolgente dei tamburi listati a lutto annunciano il passare della processione.
Essi hanno annunciato in precedenza la “cattura” che prevede la sfilata degli incappucciati per le strade del quartiere secondo un percosso prestabilito ed con passo funereo compiono il penultimo atto prima della passione.
In passato vi era una consuetudine, ormai scomparsa, per il divieto inequivocabile delle autorità ecclesiastiche di fare attraversare questi cortei per strade diverse alla vara del Cristo e al fercolo dell’Addolorata, allo scopo di permettere l’incontro tra la madre ed il figlio, provocando oltre la commozione generale, anche la rabbia dei fedeli ed inveire contro romani e giudei, che più delle volte erano tartassati con il lancio di pomodoro, uova ed altro.
Il sabato sera il rituale religioso, il più lungo della Settimana Santa, prevede la liturgia della luce, il fuoco di un falò di ramoscelli d’ulivo farà risplendere il cero pasquale, simbolo di Cristo risolto.
Il cero pasquale sarà immerso nel fonte battesimale, dove l’acqua fonte di vita, rigenera la natura, cadranno i drappi viola che oscurano nelle chiese i simboli della fede, una volta era questo il momento in cui la liturgia prevedeva il canto dell’Exultet (Gloria) subito dopo avveniva “ ‘a calata d’a tila”, la discesa delle grandi tele che venivano poste nelle principali chiese cittadine in modo da coprire l’intera zona del presbiterio dove è situato l’altare maggiore.
Ne emergeva un trionfante Cristo risorto, con in mano un coloratissimo labaro rosso, simile a quello che comunemente viene infilzato sulle “picureddi”.
Esse venivano poste il mercoledì delle Ceneri e venivano tirare giù il sabato santo, dei estesissimi teloni monocromatici creati dalle abili mani di modesti pittori, spesso ignoti, in un periodo tra il settecento e l’ottocento, raffiguranti di solito episodi della Passione e morte del Cristo, comunemente era la crocifissione il soggetto più richiesto.
Le campane suoneranno a distesa, per annunciare la grande festa: la Resurrezione e, tutti gridano alleluia…
Ancora oggi, il convento dei Domenicani a piazza San Domenico, come la parrocchia di Sant’Ippolito a Porta Carini hanno rispolverato questa vecchia consuetudine, brandello di antiche Pasque.
Il giorno di Pasqua è un tripudio per la famiglia palermitana, la mattina per i componenti il nucleo familiare era consuetudine sfoggiare l’abito nuovo, la passeggiata era invitabile, le mete erano il giardino “Inglese” o a piazza Marina, quest’ultimo luogo deputato a giostre dove i bambini si sarebbero sicuramente divertiti.
Una delle principali attrazione della festa di resurrezione è la fiera dei giocattoli, “a fiera di Pasqua”.
Essa si svolgeva nell’immensa piazza Castello, un grande semicerchio di baracche di legno, dentro a cui di giorno e di sera, pigiasi una folla enorme, tutto intorno è un pandemonio, bimbi che corrono di qua e di là per accattivarsi il giocattolo preferito.
E’ uno strepito infernale di fischietti, di corni, di tamburelli e di trombette, è un vociare, un gridare, uno schiamazzare incessante, in questa baraonda c’è chi si diverte.
Era il pranzo che aggregava tutti i familiari ed amici, i giorni di quaresima si era provveduto a mangiare “a precetto”, ma Pasqua si celebra a tavola, per tradizione non doveva mancare il capretto o l’agnello, arrostiti alla brace o in modo classico “agglassati” con le patate, oppure al forno, era abitudine che si mandava a cuocere dal “furnaru”.
La carne di capretto assai più delicata di quella dell’agnello, che ha un gusto piuttosto forte ed un odore acre, non sempre piacevole, chi non poteva si accontentava dello “spezzatino” contornato da tante patate.
I primi solitamente erano due: la pasta con la “coratella” di capretto, cioè l’insieme delle interiora dell’animale, comprendente cuore, fegato, polmoni, rognoni e trachea in umido o la classica pasta con la salsa di estratto di pomodoro con la carne “capuliata”.
Una volta si festeggiava Pasqua mangiando uova sode, perché l’uovo come simbolo per eccellenza della nascita e per conseguenza della rinascita di Cristo, si regalavano i “pupi cù l’ovu”, oggi ci sono soltanto quelle di cioccolato.
Da un retaggio del pupattolo con l’uovo sodo, che assumeva la forma di uccello, ci viene la “colomba” personificazione della tradizione ebraica pasquale.
Secondo l’uso, mangiavano agnello o capretto e poi un dolce, a forma di colomba, per simboleggiare lo Spirito Santo.
In tempi moderni, periodo dell’industrializzazione, si provò a produrli in serie i primi furono la “Motta e l’Alemagna” imprenditorie dolciarie.
Ma il dolce per eccellenza resta la “cassata alla siciliana”, come non deve mancare le “picureddi” di pasta di mandorle teneramente adagiate su un verde prato di erbetta finta e disinvoltamente munite di una bandierina rossa, simbolo del sangue versato, con una stellina d’oro personificazione del Redentore Resuscitato.
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Gastronomia di Pasqua... Uova e non solo !

Un pupo coll'uovo d'epoca conservato al Museo Pitrè (Palermo)
La Pasqua cristiana da quando nel 1582 fu riformato il calendario gregoriano, cade sempre di Domenica, ed essendo primavera è facile capire come l’uovo divenga il simbolo della natura che schiude la nuova vita.
Un’attendibile spiegazione sull’uso di regalare le uova armonizza questo gesto pagano con il Cristianesimo.
In quaresima i nostri nonni vietavano non solo le carni, costituite per lo più da galline, ma il divieto stranamente fu esteso anche all’uovo.
Le tante uova accumulate erano regalate per Pasqua, arricchite da dediche e decorazioni bizzarre: nel settecento si regalavano uova impreziosite da minerali e gemme.
Oggi le uova di cioccolata prodotte artisticamente vengono spesso utilizzate da chi decide di fare un regalo "a sorpresa" alla fidanzata o alla moglie (ed in tal caso al pasticciere viene richiesto di inserire all'interno dell'uovo il gioiello o il monile precedentemente acquistato).
Le uova di cioccolato prodotte industrialmente fanno bella mostra di sé infiocchettate e rivestite di coloratissima carta. Fino a non molti anni fa, nelle famiglie tradizionali si disponevano a tavola le uova sode colorate preparate dalle nostre nonne, “i pupi cù l’uova”, che erano composti da pasta da pane che conteneva, immersi o affioranti dalla pasta, delle uova spesso colorate. Il pane veniva cotto con le forme più svariate e curiose: panierini, uccelli e forme antropomorfiche.
Uova rosse si regalano il giorno di Pasqua a Piana degli Albanesi ove tutti, in costume tradizionale, assistono alla sacra funzione durante la quale, in un tripudio di canti e colori, viene esaltata la resurrezione di Cristo. Al termine avviene la cerimonia della benedizione delle uova rosse che sono distribuite dalle donne in costume al popolo: il colore rosso vuole ricordare il sacrificio cruento di Gesù per la redenzione dell’umanità.

Si acquistano le “picuredda”, le pecorelle di pasta reale con il solito sorriso smagliante e recanti sul dorso lo stesso stendardo che impugna il Cristo risorto.
Nel menù palermitano non doveva mancare il capretto o almeno l’agnello al forno. Per cucinare questa pietanza, se non si disponeva del forno, ci si riferiva al fornaio più vicino che ben si prestava ad effettuarne la cottura.
Le famiglie con poche possibilità economiche si accontentavano con lo spezzatino di carne e patate come contorno e spesso più patate che carne.
Tutti trionfalmente chiudevano il pranzo con la cassata e cassatieddi, questo mito della pasticceria che si gustava solamente per Pasqua, trae le sue origini da un dolce arabo: il Quas’at (scodella) una specie di zuccotto di tuma fresca addolcita. La tuma venne dapprima sostituita con la ricotta dolcificata, e in un secondo tempo la cassata venne "foderata" con il pan di spagna. Nella metà del settecento, le suore del monastero di Valverde di Palermo aggiunsero le attuali decorazioni barocche rappresentandola come un fiore che sboccia il primo giorno di primavera.

Il lunedì dell’Angelo seguiva la gita fuori porta, alla Favorita o a Monte Pellegrino per i meno abbienti; chi poteva era ospitato in campagna. Non doveva mancare la pasta al forno con anelletti e ragù e castrato (agnello particolare privo d’organi genitali e quindi più vigoroso) alla brace.
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Le spettacolari processioni del Venerdì Santo a Palermo

Il centro storico di Palermo si anima per il Venerdì Santo: almeno quattro le più importanti e spettacolari processioni che al seguito della statua della Madonna Addolorata e dell’urna del Cristo morto si snodano per le strade della vecchia città.
La congregazione dei Cocchieri, risalente al 1594, muove dalla chiesa della Madonna dell’Itria sita in via Alloro, cioè da quella strada della Palermo nobile alle cui dipendenze erano i cocchieri. Trasportano i loro simulacri continuando la vecchia tradizione di indossare ancora il frac e le livree settecentesche con i colori d’appartenenza secondo il casato.
Un’altra processione, che si snoda da via cassari per le viuzze della vecchia vucciria, è quella organizzata dai confrati della Madonna del Lume, detta anche Madonna dei Cassari (clic qui) poiché la congrega è formata da artigiani del luogo. La statua dell’Addolorata, opera dello scultore Girolamo Bagnasco, risale al tardo 700 e per la processione è vestita come una qualsiasi persona, perfino con la biancheria intima; il fercolo è interamente portato a spalle per l’intero percorso professionale.
La confraternita di Maria SS. Addolorata, che ha sede presso la chiesa dei Fornai all’albergheria, non ha origini antichissime (la sua fondazione risale infatti al 1922). Oltre ai due fercoli, cura la processione figurata con una mezza dozzina di figuranti i quali inscenano la passione di Cristo.
Echi antichi della città spagnola ci riportano alla processione della Nostra Signora de la Soledad, (clic qui) organizzata dall’omonima congregazione, fondata nel 1590, presso l'ultima cappella a sinistra della chiesa di S.Demetrio, in piazza della Vittoria. Nello stesso anno il Venerdì Santo fanno una processione dei Misteri della Passione del Cristo morto, durante la quale molti di flagellano a sangue, come consuetudine spagnola. Inizialmente composta soltanto da fedeli spagnoli, fu successivamente formata da signori e nobili siciliani.
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Il dolce di Pasqua: la Cassata Siciliana

Vero trionfo di gola, che sintetizza un miscuglio d’arte e fantasia cromatica dei pasticcieri, che hanno trasmesso in questo dolce pasquale la carrellata influenza araba e barocca.
Ormai divenuto il dolce per antonomasia che rappresenta il simbolo stesso della Sicilia, il quale non è più considerata ghiottoneria Pasqualina, ma si può gustare in ogni periodo dell’anno.
Un vecchio proverbio palermitano compiangeva coloro i quali il giorno di Pasqua non avrebbero mangiato cassate. Non mangiare cassate il giorno di Pasqua e quasi un segno di poca devozione per i palermitani, magari si può fare a meno di entrare in chiesa, ma la cassata deve onorare il banchetto.
Questa torta, perpetuata come singolarità araba, per via del suo nome all’utensile adoperato (quas’at = casseruola) come riferimento alla sua forma circolare, viene preparata con uno stampo in metallo a forma di cilindro con il bordo svasato, unendo al pan di Spagna, ricotta, pasta reale, frutta candita e pezzi di cioccolato.
La vera singolarità consiste nella sua decorazione: frutta candita di cui si preferisce i mandarini, pere, fichi, nastri di zuccata, ciliegie e arance che vengono preparate con particolare maestria, fiorellini di ostia colorate e confettini argentati e, finita con della glassa di zucchero e merlettature di zucchero nei versanti.
Regale alla vista per le sue cromie che risaltano in un bianco candore, per la forma perfetta che richiama antiche simbologie magiche, il cerchio che fa pensare al sole sorgente di vita e di rinnovamento, fantasia sacrale che giustifica il ruolo di magnificatore di un’occasione, cerimonia, festa, per questo motivo essa divenne il dolce della Pasqua.
Si contrappone, quella estiva comunemente chiamata dai palermitani "Bbumma" o "Cassarulata" per il fatto di essere preparata in una casseruola particolare, a forma di cupola: gelato alla crema e panna, imbottito di pan di Spagna, pezzi di frutta canditi e scaglie di cioccolato.
Palermitana d’origine si deve alla presenza musulmana aver per caso realizzato questo mitico dolce: si racconta in merito che secondo la tradizione un contadino arabo amalgamando del formaggio fresco di pecora con della canna da zucchero e l’accomodò all’interno di un pentolino, alla richiesta di qualcuno che chiedeva cosa facesse rispose qas’at con il nome della scodella, l’astante invece capì che si riferiva all’intingolo addolcito. Successivamente i cuochi dell’Emiro che dimorava alla Kalsa la rielaborarono aggiungendo l’involucro di pasta di pane: quindi un cacio (formaggio) come la ricotta, dolcificato e racchiuso in una fattispecie di pane prima di essere infornato. Dalla sensibilità dei cuochi dei monasteri, a quelli delle case nobiliare, che ingentilirono la pietanza appetitosa, il percorso fu breve e riuscì a farsi riconoscere, tanto da essere inserita come "termine" cassata nel vocabolario siciliano-latino scritto da Angelo Senisio, abate del monastero di San Martino delle Scale nel XIV secolo.
Il vocabolo "cassata" viene descritto come cibus ex pasta panis et caseus compositus cioè cibo composto da pasta di pane e formaggio. Altri autori di vocabolari siciliani, al termine "cassata", la definiscono specie di torta contenente al suo interno formaggio fresco dalla forma rotonda e cotta al forno, che con l’aggiunta di dolcificante diveniva una prelibatezza dolciaria. Specie di zuccotto di tuma fresca dolcificata, che incontro poca fortuna nel palato dei palermitani, che alla fine sostituirono con la ricotta dolcificata e foderata in seguito con pan di Spagna, verso la metà del 1700 nei conventi assunse la forma definitiva. Sicuramente il riferimento è attribuito all’odierna cassata al forno (nella foto) che tutti conosciamo bene e che non era ascritto alla cassata alla siciliana nata in un secondo tempo.
La conosciutissima "cassata alla siciliana", rinomata in tutto il mondo, è una creazione di uno dei tanti pasticcieri palermitani che hanno saputo trasmettere il loro estro creativo in qualcosa di semplice ma sublime. Un certo cavalier Salvatore Gulì, la cui rinomata pasticceria era sita lungo il Cassero, oggi Corso Vittorio Emanuele, limitrofa a Palazzo Belmonte-Riso, nata nel lontano 1812 ben presto s’ingrandì per la produzione d’ottimi manufatti dolciari tra cui la frutta candita, la cui esclusiva era la famosa "zuccata" che esportava sia all’estero sia in Italia.

la frutta "candita" e la "zuccata"
La trovata di utilizzare la frutta candita e, in special modo la zuccata soprapposta in quella torta spoglia, venne proprio a lui nel 1873, quando per la prima volta in un’esposizione di Vienna volle presentare la sua nuova creazione: la cassata alla siciliana il cui eccipiente principale era proprio la sua rinomata zuccata. La Sicilia, regione che possiede molte materie prime, ricca di zucchine di ogni genere, sì "escogita" la zuccata, che un tempo le abili suore della Badia del Cancelliere di Palermo producevano in abbondanza nell’orto del loro convento, la faranno diventare un tipico ingrediente della pasticceria isolana. Di solito si usa la qualità di zucca lunga (a tromba), in dialetto è detta "Cucuzzuni" o "Cocuzza Baffa" allungata e cilindrica, essa è conosciuta in botanica con il nome latino di "Cucurbita Lagenaria" e raggiunge grandi dimensioni con un peso ragguardevole.
Questo ortaggio appositamente trattato, veniva tagliato a pezzi di piccole dimensioni dalla lunghezza di 20-30 centimetri e dalla grossezza di appena un dito, questi si ponevano in salamoia, alternando per tre giorni l’immersione in acqua naturale. In un secondo tempo, i pezzi, si sciacquavano in acqua corrente e quindi asciugati al sole, asciutti si mettevano a bagno in uno sciroppo a base di zucchero, di una discreta concentrazione e alquanto cocente e, li rimanevano per un certo periodo, rimosse dallo sciroppo si mettevano ad asciugare a temperatura ambientale, così era pronta la zuccata. La frutta seguiva lo stesso procedimento, dopo essere lavata in acqua corrente, si escludeva dall’immergerla nella soluzione salina, direttamente nella sciroppata avendo la cortezza di usare i frutti indenni e in alcuni casi si toglieva la scorza.
Preparare una cassata è abbastanza macchinoso, nella scodella svasata bisogna spendere al fondo uno strato di pan di Spagna, foderare i bordi con spezzetti di pan di Spagna e pasta reale di color verde, avendo la cortezza di usarli nella stessa misura e alternandoli, riempire con la crema di ricotta farcita di pezzetti di cioccolato fondente, preparata in precedenza a parte. (prendere la ricotta fresca e passatela al setaccio, aggiungere lo zucchero e gli altri ingredienti mescolare bene in modo da farne una crema omogenea).
Lasciare raffreddare, affinché si solidifichi, alcuni la chiudono con un altro disco di pan di Spagna, quindi capovolgere la torta su un vassoio, successivamente ricoprire il tutto con la glassa di zucchero. Nel momento in cui questa sarà solidificata, aggiungere la frutta candita, formando un disegno con al centro un mandarino, alla fine decorare con uno sciroppo denso di zucchero utilizzando una siringa per dolci.

Cassate appena preparate nella vetrina di una pasticceria
Cassate grandi, piccole, "cassateddi", minuscola cassata formata da un anello di pasta reale e riempita di crema di ricotta, per abbellimento al suo centro si trova una piccola ciliegia, e da consumarsi con un boccone. Di ogni forma e dimensioni, tutte ben damascate con colori vivaci, riempiono le pasticcerie palermitane nel periodo pasquale, quasi un monito a consumare le cassate "cu nn’appi nn’appi cassateddi i Pasqua" dice un vecchio detto, è il caso di non perdere l’occasione.
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01/04/2012
Giovedì Santo e i Sepolcri

Un sepolcro di una chiesa a Palermo - Testi: Carlo Di Franco - ©PalermoWeb
Sacro e profano s’intrecciano nelle celebrazioni della Pasqua; il Giovedì Santo dopo la lavanda dei piedi, si è soliti organizzare come in un giardino incantato (riferendosi ai giardini d’Adone) il rituale Sepolcro che i devoti usano ornare in onore di Cristo con “ciuri di sepulcru” che, fioriscono appunto nel periodo in cui ricade la settimana Santa.
E' consuetudine d’alcune famiglie devote di offrire un addobbo per il sepolcro della chiesa più vicina o prestabilita, e questa diventa la loro principale preoccupazione nei giorni della Quaresima.
Ad occuparsene principalmente sono le donne: esse hanno cura di preparare certi piatti particolari dove si metteranno in bella mostra la ceramica più gradevole e pregiata usata come contenitore.
Per allestire questi piatti le donne preparano il recipiente nel cui fondo distendono della stoppa od ovatta su cui si sparge del grano o legumi (in special modo delle lenticchie) o per lo meno dei semi di scagliola. Questi sono riposti al buio, avendo cura di tanto in tanto di spruzzarvi sopra dell’acqua. Una volta germogliati si presenteranno in forma di pallidi e fitti filamenti di diverso colore, dal verde al rossastro secondo il tipo di elemento utilizzato, e successivamente saranno ornati con nastri di seta colorata.
Nelle vecchie sedi parrocchiali del centro storico si fa a gara per allestire il miglior sepolcro, affinché la gente la sera della contemplazione dia inizio al giro dei “sepolcri” nelle chiese più importanti: tre, cinque o sette, sempre e in ogni modo in numero dispari, affinché la propria coscienza sia appagata.
E’ consuetudine iniziare il giro con quello che organizzano le suore domenicane del monastero di S.Caterina dove il bianco della purezza esalta la bellezza dei marmi mischi che adornano la chiesa.
Ancora una volta si ripete l’antico rito della vita che si sovrappone alla morte.
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